Massimo Canevacci
Durante l’evento AANT abbiamo discusso l’articolo di Massimo Canevacci Corpo d’occhio, un’etnografia esplorativa oltre il feticismo, dedicato a come la cultura contemporanea costruisce desideri, identità e immaginari attraverso le immagini. Il testo propone l’idea di un “corpo-ottico”: uno sguardo che non è mai neutro, ma bio-culturale, allenato e trasformato dai codici visuali che attraversiamo ogni giorno tra pubblicità, arte, design e media. Al centro ci sono gli attrattori (dettagli che catturano la vista) e i montaggi che fanno scivolare i confini tra corpo e oggetto, pelle e tecnologia, sacro e quotidiano. Dalle fotografie di Araki e Man Ray alle campagne Swatch, Breil e Gaultier, fino al caso del funerale di Renato Bialetti con la Moka trasformata in urna, l’articolo mostra come i “feticci” non siano solo merci, ma anche dispositivi simbolici che mettono in movimento significati, emozioni e relazioni. Nel confronto in AANT, questo percorso è stato letto come un invito a fare etnografia della visualità: sostare nei dettagli, seguire le metamorfosi delle immagini, osservare come l’esperienza del corpo venga riorganizzata da oggetti, brand e narrazioni quotidiane. Ne è emersa una domanda trasversale, utile anche fuori dall’accademia: che cosa succede al nostro modo di percepire quando la comunicazione visiva diventa l’ambiente principale in cui viviamo? Un’occasione per ragionare insieme su cosa accade quando guardiamo e su come, spesso, è l’immagine a guardare noi.